Zandomeneghi e Degas. Impressionisti a Palazzo Roverella.
Apre il 27 febbraio 2026 a Palazzo Roverella di Rovigo la mostra Zandomeneghi e Degas – Impressionismo tra Firenze e Parigi che mette a confronto due artisti, uno italiano e l’altro francese, legati da una lunga amicizia maturata a Parigi.
L’esposizione, curata dalla storica dell’arte Francesca Dini, indaga il rapporto artistico e umano tra due protagonisti della stagione d’avanguardia della seconda metà dell’Ottocento, nota come Impressionismo, riportando l’attenzione sulla figura di Zandomeneghi, in dialogo con uno dei protagonisti più noti e amati del movimento pittorico che tanto ha inciso sul rinnovamento della pittura europea.
Federico Zandomeneghi (Venezia 1841 – Parigi 1917), veneziano di nascita e formatosi nell’ambiente dei Macchiaioli, si stabilì a Parigi nel 1874 dove avrebbe vissuto per il resto della vita.
Si trasferì a Firenze, nei primi anni Sessanta dell’Ottocento ed entrò in contatto con il gruppo dei Macchiaioli (Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini tra gli altri) frequentando il Caffè Michelangiolo, luogo di incontro e dibattito del movimento. L’influenza macchiaiola fu profonda e duratura: il lavoro diretto sulla luce naturale, la franchezza della pennellata, il rifiuto del virtuosismo accademico divennero le fondamenta del suo modo di guardare al reale. L’arrivo nella capitale francese nel 1874 lo immerse nel fermento dell’avanguardia impressionista proprio nel momento della sua affermazione pubblica: quell’anno stesso si tenne infatti la prima mostra del gruppo. Zandomeneghi strinse amicizia con Edgar Degas, che divenne il riferimento più prossimo e duraturo della sua maturità artistica: come Degas, privilegiò le scene di vita moderna, donne in interni, caffè, teatri, boulevard, con un interesse tutto particolare per la figura femminile colta in momenti di intimità quotidiana. La sua tavolozza si schiarì, la luce divenne protagonista, e la composizione si fece sempre più audace nei tagli e negli angoli visuali, risentendo anche dell’influenza della fotografia e dell’arte giapponese che circolava nell’ambiente parigino. Partecipò a quattro delle mostre impressioniste: nel 1879, 1880, 1881 e 1886, consolidando la sua integrazione nel gruppo. Trascorse gli ultimi decenni della sua vita a Parigi in condizioni spesso difficili, sostenuto dalla fedeltà del mercante Paul Durand-Ruel e da una cerchia di collezionisti italiani che ne apprezzavano il lavoro. Morì nella capitale francese nel 1917, lasciando un’opera che, rimasta a lungo nell’ombra, è stata progressivamente rivalutata come uno dei ponti più originali tra la tradizione pittorica italiana del secondo Ottocento e la rivoluzione impressionista francese.

Edgar Degas arrivò a Firenze nel 1858, e anch’egli trovò nel Caffè Michelangelo un punto di incontro e confronto creativo con i giovani pittori toscani, riuscendo ad approfondire lo studio della pittura rinascimentale e affinò il proprio linguaggio grazie al contatto con gli artisti legati alla poetica della “macchia”, come Vincenzo Cabianca. Nato a Parigi nel 1834 in una famiglia borghese, abbandona presto gli studi di legge per dedicarsi alla pittura. Dal 1853 copia al Louvre, studiando sistematicamente i maestri italiani, olandesi e francesi e maturando una vasta cultura visiva. Allievo di Louis Lamothe, guarda soprattutto a Jean-Auguste-Dominique Ingres, da cui assimila il primato del disegno come struttura dell’opera. Dopo un breve passaggio all’École des Beaux-Arts, lascia l’accademia per formarsi direttamente in Italia. Dal 1856 si sposta tra Napoli e Roma, copiando intensamente nei musei e approfondendo lo studio dell’arte classica. A Roma stringe un rapporto importante con Gustave Moreau, che rafforza in lui l’idea della tradizione come base per un linguaggio moderno. Nell’estate del 1858 giunge a Firenze, dove inizia a concepire il granderitratto della La Famiglia Bellelli, poi completato a Parigi. L’opera rivela già rigore compositivo e profondità psicologica. A Palazzo Roverella, provienente dal museo Ordrupgaard di Copenaghen, è presente il prezioso quadro preparatorio, per la prima volta esposto in Italia, evento davvero straordinario anche per la delicatezza della tecnica a pastello che ne ha fin qui sempre scoraggiato il prestito. Accanto alle opere di Degas, come i ritratti di Thérèse de Gas e di Hilaire de Gas, prestito del Musée d’Orsay, trovano spazio confronti inediti con alcuni capolavori macchiaioli, tra cui Cucitrici di camicie rosse di Odoardo Borrani, il Ritratto di Augusta Cecchi Siccoli di Giovanni Fattori, e Dalla soffitta di Giovanni Boldini.

La mostra prosegue documentando la piena adesione di Federico Zandomeneghi all’Impressionismo dopo il trasferimento a Parigi. Opere come A letto (Gallerie degli Uffizi – Palazzo Pitti) e Le Moulin de la Galette (Fondazione Enrico Piceni) evidenziano l’assimilazione di soluzioni legate alla modernità visiva di Edgar Degas: tagli compositivi arditi, attenzione all’istante, gesti sospesi. Tali elementi vengono però filtrati attraverso una sensibilità autonoma, radicata nella tradizione cromatica veneziana. Il confronto con Dans un cafe di Degas, conservato al Musee d’Orsay, chiarisce la natura di questo dialogo, fondato su affinità tematiche ma non su mera imitazione.
Una sezione dedicata agli anni Ottanta evidenzia la piena maturità dell’artista. Dipinti come Mere et fille, Le madri o Visita in camerino testimoniano una partecipazione consapevole al linguaggio impressionista, pur mantenendo una coerenza personale nella costruzione della figura e nella qualità del colore. In dialogo, compaiono opere di Degas quali Lezione di danza e la celebre scultura della Piccola danzatrice di quattordici anni, proveniente dall’Albertinum di Dresda, presentata dopo un recente intervento di restauro documentato in catalogo (Silvana Editoriale).
Il percorso si conclude con il 1886, anno dell’ultima mostra impressionista. Da quel momento Zandomeneghi, pur restando vicino ai compagni di stagione, orienta la propria pittura verso una sintesi più autonoma: maggiore morbidezza formale, equilibrio compositivo e una misura narrativa più raccolta caratterizzano opere come Sul divano, Il giubbetto rosso o La tasse de the.
La mostra restituisce così non solo un intenso rapporto artistico, ma anche il quadro di un’epoca in cui tradizione e avanguardia, cultura italiana e ambiente parigino, dialogano in modo strutturale, offrendo una lettura articolata del contributo italiano alla modernità europea.
Fino al 28 giugno 2026.
C.C.
I open Paroleacapo for my great love: the Theater which allows me to travel while I’m still, dreaming sitting in the audience, dance in the gallery and take pics before the curtain rises!




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