Giovanni Gastel. Rewind. Milano.
A cinque anni dalla sua morte, la retrospettiva di Palazzo Citterio – Milano – diventa l’occasione per ripercorrere la vita, il pensiero e lo sguardo di Giovanni Gastel, attraverso il ricordo di chi lo ha conosciuto da vicino.
L’arte non è uno specchio in cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo., ha detto Vladimir Vladimirovic Majakovskij!
«Ogni volta che scatto, ogni volta che scrivo, mi sto giocando tutta la vita. Ogni giorno cerco la foto perfetta, quella che mi darà la pace». «Io se non fotografo un giorno sto male», ripeteva Gastel.
«La realtà filtrata dal pensiero» – come lui diceva – è visitabile nella mostra Giovanni Gastel. Rewind – fino al 13 settembre 2026.
Curata da Uberto Frigerio, con più di 250 opere che ripercorrono l’intera sua carriera, dalle prime copertine di moda agli still life, dai ritratti alle campagne pubblicitarie, «Così io domino un po’ di realtà e mi creo un luogo dove sto bene»

La mostra ti conduce per mano nella sua galassia: è stato ricostruito il suo studio in modo filologico, addirittura con la parete tappezzata di foto di appunti, di autografi, testimonianze dei mille e mille incontri di una esistenza vissuta senza fermarsi mai. Ci sono anche oggetti personali, strumenti di lavoro e, per la prima volta, i suoi scritti e le sue poesie, parti integranti del suo immaginario. «Ogni sezione nasce dal suo pensiero, dalla sua voce interiore perché nessuno più di Giovanni sapeva trasformare la memoria in immagine e l’immagine in racconto. È un percorso in cui il visitatore non osserva soltanto: ascolta. Una narrazione costruita da Giovanni per Giovanni, restituita al pubblico nella sua forma più autentica», precisa il curatore.
Giovanni Gastel aveva potenziato qualsiasi possibilità di creazione cercando di andare oltre ogni suo limite. Una frase nel corso di un’intervista video lo afferma: «Io non ho paura, quando non hai paura la creatività arriva». Giovanni, è vero, non aveva mai paura.
Soprattutto dei cambiamenti, non aveva mai paura delle avventure intellettuali e di mettersi a sperimentare come ha fatto con l’arrivo del digitale trasformandolo in una opportunità. Sosteneva che non bisognava temere la «rivoluzione del digitale» perché avrebbe permesso una moltiplicazione esponenziale di fotografie: «Ma la foto di una pizza, la foto della fermata del treno, la foto dell’autobus sul cellulare sono solo informazioni, non c’è un lavoro e pensiero sullo scatto. Sottolineare questa differenza è estremamente importante e anzi è uno un vantaggio per chi fa fotografia d’autore». Perché la differenza si vede molto nettamente.
«L’importante è sapere chi sei», diceva, «e da lì puoi partire per trovare il tuo linguaggio». Entrando nel suo studio lo si trovava a scattare o al pc a sistemare i lavori. Controllava ogni foto, ogni luce, la risistemava, la componeva: era sempre molto laico sull’uso della post-produzione. Nei suoi ultimi lavori legati all’ecologia, che presenta donne “intarsiate” di fiori, questo si vede in modo evidente. Come diceva lui, era il suo modo di parlare di ecologia. Ma lo realizzava con i codici del suo stile.
La mostra non è allestita cronologicamente, ma per tematiche ed è capace di trasmettere con forza la capacità ideativa non comune di Gastel. Giovanni se n’è andato troppo presto e per tutti noi è un problema: perché ha realizzato quello che voleva, ma il suo filone aureo era senza fine. Ci siamo persi nuovi tesori oltre a una persona preziosa. Questo universo, il suo che ormai si è fermato, qui a Brera però, un po’ si riaccende.
C.C.
I open Paroleacapo for my great love: the Theater which allows me to travel while I’m still, dreaming sitting in the audience, dance in the gallery and take pics before the curtain rises!




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